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Tor Sapienza, per strada le famiglie sgomberate dopo il censimento: "Cacciati senza preavviso"

Una decina di famiglie rimaste nello stabile è invece rimasta senza corrente

“Siamo stati svegliati dalla polizia locale. Meno di un’ora per uscire dalle nostre case, nessuno di noi era stato avvisato. Vestiti, mobili, medicine: è ancora tutto dentro e non possiamo nemmeno andare a prenderle”. Mitic è una delle persone che abitava negli scantinati degli edifici centrali delle case popolari di viale Morandi, a Tor Sapienza, dove giovedì mattina 40 agenti della polizia locale sono intervenuti per un censimento dei presenti. Nei fatti, però, per sei famiglie l’operazione si è trasformata in uno sgombero. “Dormiamo in macchina da quel giorno”, racconta Mitic. “La mia bambina di 6 anni frequenta un scuola qui vicino, non so nemmeno come lavarla. Perché ci trattano come se non fossimo esseri umani?”. Li incontriamo a Tor Sapienza, tra la rampa d’ingresso chiusa dai sigilli di quelle che un tempo erano le loro case e la porta del centro anziani dove ieri pomeriggio si è tenuta un’assemblea con l’assessore all’Urbanistica regionale, Massimiliano Valeriani, e con il direttore generale di Ater, Andrea Napoletano. Un appuntamento convocato per illustrare il piano di manutenzione da 25 milioni di euro, che prevede, da qui ai prossimi anni, l’abbattimento della cosiddetta ‘stecca centrale’, dove Mitic e la sua famiglia vivevano da quattro anni e dove ancora oggi abitano una cinquantina di famiglie. 

Costruzioni nate per essere destinate a negozi e servizi ma ben presto occupate e trasformate in abitazioni da famiglie senza casa. È successa la stessa cosa in molti altri quartieri popolari della città, pensati per essere dei microcosmi autosufficienti, si sono scontrati con la fame di case di cui da sempre soffre Roma. Anche i due edifici bassi al centro del grande complesso immobiliare da 507 appartamenti, che si chiude ad anello proprio come viale Morandi, sono abitati senza alcun titolo da tantissimi anni. “Ci siamo tutti autodenunciati, qualcuno di noi ha anche la residenza con tanto di civico e interno”, spiega Federica, 21 anni, che insieme alla figlia, alla madre e al fratello, vive ai piani superiori da nove anni.

Giovedì scorso una squadra di 40 agenti della polizia locale ha bussato a tutte le porte per registrare i presenti. Nessuno era stato avvertito nonostante alcune famiglie sono seguite dai servizi sociali municipali. Negli scantinati, denuncia la polizia locale, sono stati accertati illeciti sia di natura penale sia civile, dall’occupazione abusiva al furto di energia elettrica fino al sequestro di prodotti contraffatti. Così, per una parte delle famiglie residenti nelle cantine, l’operazione si è trasformata in uno sgombero. Senza nessun preavviso perché, spiega a Romatoday la polizia locale, tutto è partito come un censimento. Sono stati accertati dei reati e le famiglie sono state fatte uscire in meno di un’ora. La Sala operativa sociale è arrivata solo al termine dell’operazione. Eppure tutti sapevano che quelle cantine erano abitate. Con il distacco dei cavi della corrente, inoltre, sono rimasti senza elettricità anche una decina di abitazioni di piani superiori. “Nessuno ci ha detto se e quando verrà riattaccata”, spiega Federica. “Tra noi ci sono anziani malati, famiglie con bambini piccoli, non è possibile vivere così”. 

Il direttore generale dell’Ater, interpellato da Romatoday, spiega: “L’operazione è partita come un censimento poi sono stati accertati dei reati, come l’allaccio abusivo di energia elettrica. Dal 2010 a oggi sono state avanzate 53 segnalazioni, finalmente l’operazione è stata portata a compimento”. Nei prossimi giorni dovrebbe tenersi un incontro tra lo staff dell’assessorato all’Urbanistica regionale, il V municipio e alcuni attivisti di Asia Usb e dei movimenti per il diritto alla casa, presenti ieri a fianco delle famiglie. Ma l’esito è tutt’altro che scontato.

Intanto, di tre delle sei famiglie che giovedì hanno perso un posto dove vivere si sono perse le tracce mentre le altre aspettano in macchina o accampati da parenti e amici. “Quando la polizia locale ha bussato alla porta i miei figli erano ancora nel letto. Ci hanno detto che dovevamo uscire subito. Dentro abbiamo ancora tutte le nostre cose, le medicine, i vestiti, i documenti. Ci dicono che non è dignitoso vivere negli scantinati. Ma li avevamo sistemati”, si difendono. E poi, lasciano intendere, sempre meglio che vivere nelle baracche. “Giovedì pioveva e faceva freddo e noi ci siamo accampati sotto la tettoia che unisce i due edifici ma ci hanno mandato via anche da qui”, denuncia ancora Mitic.

La Sala operativa sociale ha proposto una soluzione in casa famiglia solo per donne e bambini ma Mitic ha preferito non lasciare da solo il marito per strada. Lo indica, gli manca un braccio. “Viviamo in Italia da più di vent’anni, siamo scappati dalla guerra in Serbia ma non avremmo mai pensato di essere trattati così. Come posso abbandonare mio marito per strada? Mia figlia di sei anni è già abbastanza traumatizzata. Non posso staccarla anche dal padre. Non sappiamo davvero dove andare”. Guardano l’assessore regionale e il direttore generale dell’Ater uscire dal centro anziani al termine dell’assemblea. Provano ad avvicinarsi, a raccontare la loro situazione, ma non c’è tempo. Nessuna protesta, però. Non viene detto, ma è meglio non alzare il tiro. L’aria infuocata che tira in certi quartieri della città fa paura.

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